Doctor Blue and Sister Robinia

Maggio 15, 2008

LA MENTE E LA SCRITTURA: LO SCRITTORE COME DEMIURGO

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coincidenze

Scrive Milan Kundera:
“Se l’amore dev’essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi” (L’insostenibile leggerezza dell’essere - Adelphi 1989)
E poichè gli amori letterari sono e devono essere indimenticabili, lo scrittore, più che uno scultore di personaggi (il personaggio basta sbozzarlo, poi sarà lui a chiederti atti e parole che necessariamente conseguono al suo carattere), è il demiurgo delle coincidenze che agevolano gli incontri e ne fanno sprigionare tutta la magia.
“Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze (…) ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza” (Kundera, ibidem)
Il romanzo come un’iniziazione ad una vita più intensa, ricca, consapevole.

IL CORPO E LA SCRITTURA di Valter Binaghi

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galoppo

Tra discussioni e letture incrociate che vado facendo con un’amica, questo tema emerge di prepotenza. Ho ritrovato questa pagina, che ho scritto nel ‘77, a vent’anni. La ripropongo non per il suo valore letterario, ma perchè mentre la scrivevo ho avuto quello che gli inglesi chiamano un “insight”, una presa di coscienza profonda rispetto all’atto dello scrivere, che non mi ha mai più abbandonato. E poi perchè mi commuove rileggerla: era il mio commiato dall’adolescenza, un’adolescenza turbolenta e febbricitante, ma l’unica che mi sia potuto permettere.

L’adolescente é ladro, mendicante spudorato e vittima.
Lui arriva e saltella come una capra, giunge in cima all’Epoca e si morde le mani, “Perchè vi siete mangiati tutto quanto - dice - e non ci sono più cime da superare, qui.”. Non c’è da fidarsi: pare che uno Spirito visiti il suo sonno, che il vento lo scuota, che sia consumato dal fuoco.
(continua…)

Maggio 14, 2008

DEVOTI A BABELE - recensione di Franz Krauspenhaar

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devoti a babele

(Pubblicato su Nazione Indiana)

Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, Devoti a Babele? Un ragazzo del ‘77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all’inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.
Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c’è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E’ un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all’inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l’eroina della botta e via, la “roba” che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d’oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell’arrampicata mobile e liquida e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all’ultimo capitolo della tua tragicommedia d’un uomo ridicolo.
(continua…)

UN GRAN BEL ROMANZO

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magliani dolcedo

Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, € 16,00

RECENSIONE DI VALTER BINAGHI, PUBBLICATA SU SATISFICTION, Maggio 2008

Quella notte a Dolcedo, si è consumata la tragedia dei corpi e dell’anima: l’eccidio, e peggio il
tradimento. Era il ’44, nell’Italia occupata: un soldato tedesco con le mani sporche di sangue vide
una bambina nascosta tra i rovi, e non lo disse al sergente.
Ultimamente, a Dolcedo (la Liguria è ancora occupata dai tedeschi, pacificamente però: pian piano si sono comprati interi paesini in collina, semi abbandonati), si aggirano due anime senza pace: un vecchio straniero che vive di espedienti, una vagabonda indigena, che parte e ritorna da quando era ragazza. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per un noir e perfino per una sgangherata storia d’amore tra reduci, ma la forza di un narratore compiuto come Marino Magliani sta proprio nell’indossare le convenzioni del genere e scioglierle in una vicenda inedita e potente, che attraversa cinquant’anni italiani come uno scavo nei meandri della psiche collettiva.
C’è cultura in Magliani, non di quella libresca e intercambiabile, ma dell’Omero che interroga le rughe dei vecchi e le pietre per conoscere il passato dai solchi che lascia, e col legno storto dell’ulivo della sua terra identifica percorsi simili e mai uguali per i suoi personaggi. Come nei due romanzi precedenti, i suoi protagonisti anelano a un futuro che sciolga l’enigma del loro passato, prigionieri senza catene di una promessa irrealizzata, e più di tutto unici testimoni di una verità negletta ma adesso improcrastinabile, una salvezza che è nascosta nella loro memoria e spetterà al narratore dire al mondo. Il romanzo che avevi iniziato sedotto dal piglio avventuroso, da lettura dilettevole diventa la parola necessaria, l’urgente epifania di un destino altrimenti strozzato. Finisci di leggere, non perchè vuoi sapere, ma perchè vuoi che essi vivano o possano morire in pace.
Due i segreti di Magliani, per farti camminare insieme ai suoi eroi raminghi, al punto da sentirne la fatica di vivere. Una conoscenza non psicologica ma poetica della psiche, e poi una scrittura sapida, una voce che non si finge universalmente urbana ma è tutt’uno col passo regolare di chi conosce le salite del paesaggio ligure, la pietra cotta dal sole e il torrente, la quiete dei muri a secco e la scorbutica ospitalità del rovo. Una prova convincente, quanto e più delle precedenti, da parte di un narratore che ha ormai una fisionomia schietta e una posizione necessaria, erede degli scrittori veraci di cui la Liguria è stata a suo tempo generosa.

Maggio 11, 2008

IMAGO

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:14 pm

aironi

Quando ho voglia di scappare da tutta questa merda prendo la macchina e vado verso il Ticino, la lanca di Bernate, o prendo la strada per Pavia, fino a Bereguardo.
Conosco i posti dove potersi fermare ed essere sicuro di vederli. Gli aironi, dico.
Garzetta bianca o cinerino, è per me pura immagine di bellezza.
Se ne stanno immobili a lungo, sembrano sentinelle angeliche messe lì per tenere sospeso il paesaggio all’incanto del silenzio.
O danzano lentamente sul velo delle acque. Il passo che vorrebbe il cuore.
Ho detto sempre un sacco di parole, e vorrei averle dette tutte.
Stare dritto come un airone, come un punto esclamativo che attende il mattino.
Per incendiarmi al primo raggio.

La Repubblica delle Lettere3 SCRITTORI di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 5:51 pm
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scrittore

- Hai sentito di Lo Ritto? Si è inventato un festival per far parlare dei suoi libri -
Lo so, fa schifo. Ma ti piacerebbe. Se te lo proponessero ti faresti fotografare con un orango e diresti che è tua moglie pur di accreditare l’ennesima favola ni-global.
- E Gentili? Si è autopubblicato l’ultimo, si vede che gliel’hanno rifiutato tutti -
- Sai bene che non è vero, gli dico. Oggi si pubblica qualsiasi cosa. –
Gli editori hanno adottato un principio rigorosamente darwiniano: se i costi di pubblicazione si abbattono, pubblichiamo chiunque, e la selezione naturale del mercato ci dirà chi dobbiamo immediatamente ristampare (ci mettiamo una settimana). Editori anche grossi, per lo più ti buttano nella mischia, senza cacciare una lira per spiegare che libro hai scritto. Il rischio è solo tuo. E’ per quello che aumenta in modo esponenziale nello scrittore l’ansia di comunicare, di farsi riconoscere nella massa, ci si espone di persona, si canta o si urla, ognuno dal suo blog, ci si arruola in una conventicola che sosterrà la propria causa. L’Officina milanese, la Nuova Epica bolognese.
(continua…)

Maggio 10, 2008

La Repubblica delle Lettere2 FIERE E MERCATI di Giulio Mozzi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 11:48 am

lingotto

(Articolo apparso l’8 maggio 2008 nei quotidiani Il Mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso e riportato su Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi).

Oggi a Torino non si apre una sola Fiera del Libro. Se ne aprono almeno sei o sette.
C’è la Fiera della Fiera: una macchina che si alimenta di grandi numeri. Ogni anno più espositori, più visitatori, più ospiti illustri, più eventi speciali, più libri esposti e venduti, più panini muffin hot dog bottiglie d’acqua caffè distribuiti nei bar, più padiglioni, prezzi più alti per gli stand e così via.
C’è la Fiera dei grandi editori: poco importante, credo, dal punto di vista economico – non penso che i libri venduti alla Fiera incidano sul bilancio di Mondadori Rizzoli Longanesi Feltrinelli & C. – ma utile mediaticamente per esibire i propri gioielli, ovvero gli autori nazionali e internazionali di maggior fatturato.
C’è la Fiera delle scolaresche, portate in visita coatta in questo strano posto dove si trovano in numero sbalorditivo quelle cose bizzarre e costose che sono i libri: e però si trovano anche gadget, adesivi, gomme da cancellare profumate, Pinocchi di legno, magliette stampate, e tutto ciò che serve davvero nella vita.
C’è la Fiera degli editori indipendenti – non necessariamente piccoli – che non sanno mai se alla fine della Fiera, tra spese per lo stand il mangiare il dormire lo spostarsi, e vendita dei libri, riusciranno almeno a pareggiare il conto; ma avranno la felicità di incontrare i propri lettori: stringendo mani, facendo due chiacchiere, sentendosi ringraziare per aver pubblicato il tale o talaltro libro, o rimproverare per il talaltro ancora; e – questo è un «genere letterario» tipico della Fiera – sentendosi raccontare che i loro libri in libreria non si trovano, che bisogna ordinarli, che ci mettono settimane ad arrivare e poi non arrivano, e: «Perché non vi unite tra voi piccoli e belli? Perché non vi inventate un consorzio di librerie indipendenti?», eccetera.
E c’è, poi, appunto, la Fiera dei lettori: i lettori-massa, che andranno a vedere e sentire la star di turno più o meno come si andrebbe a vedere un tronista con la camicia aperta sul petto o un cavallo che sa far di conto; i lettori comuni, che si aggireranno sperduti tra tanto bendidio cercando di capire com’è, che in libreria par loro di trovare sempre quegli stessi tre o quattro libri, e invece ce ne sono tanti al mondo, e apparentemente tutti belli e istruttivi; e i lettori specialisti, che catalogo alla mano visiteranno, uno per uno, tutti i microeditori più astrusi e metafisici: da quello che pubblica solo autori coreani e vietnamici (si chiama «o/o», ossia «Oriente / Occidente», ed è bravissimo) a quello che vende libri sott’olio (non sto inventando), da quello che confeziona raffinatissime plaquette di poesia in ventiquattro copie a quello che i libri non li stampa neanche, ma cerca di venderli come testi prelevabili dalla grande rete o come file sonori su iTunes.
Eccetera.
Alla domanda che farà da fil rouge alle centinaia di «eventi» che costellano la Fiera – «Ci salverà la bellezza?» – io proprio non so rispondere. Spero solo che ci salvi dalla Fiera.

Maggio 9, 2008

La Repubblica delle Lettere1 UN MINISTRO POETA

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:05 pm

bondi poeta

Dalle opere poetiche del nuovo Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi.

A Rosa Bossi in Berlusconi

Mani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio

A Silvio

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata.
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

A Giuliano (Ferrara)

Antro d’amore
Rombo di luce
Parole del sottosuolo
Fiume di lava
Ancora di salvezza

A Michela Vittoria Brambilla

Ignara bellezza
Rubata sensualità
Fiore reclinato
Peccato d’amore

Altre perle qui, su La poesia e lo Spirito

DEVOTI A BABELE - Cosa ne dicono i primi lettori…

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 4:41 pm
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devoti a babele

“Nel complesso funziona assai, è un bel libretto, un bel pugno nello stomaco. mi piace come dipingi le donne, fanno sempre una gran figura nei tuoi libri. pare sempre che se il mondo si dovrà salvare sarà per merito loro. non merito delle suffragette, ma delle donne con la d maiuscola”.
(Michele Riccardi)

“E’ Scanner Darkly ( un oscuro scrutare mi pare fosse la traduzione italica) di Dick ma qui e ora. E senza neanche un “potere” che alla fine tiri le fila del tutto. Perchè le fila da tirare non ci sono più.”
(Onofrio Catacchio)

“Le scrivo sul suo ultimo libro: l’ho letto in un paio d’ore, durante la lezione di antropologia teologica… così accattivante da fare passare in secondo piano il tema della Predestinazione; la sua abilità nell’appassionare il lettore è il suo marchio di fabbrica. Lo schema peccato-possibilità di redenzione (scusi se brutalizzo) è in fondo lo stesso de I tre giorni all’inferno.
Mi aveva scritto che con Devoti a Babele avrebbe esplorato il tema della Speranza. Lo ha fatto. Se mi permette, qui viene per me il punctum dolens: nel senso che il tema, ancora una volta viene solo sfiorato e lasciato aperto. Ad uno sguardo romanzesco, la sua soluzione m’ha convinto, ma non dobbiamo dimenticare che però la Speranza è sostanza delle cose, per cui mi chiedo se anche i romanzieri, invece di fermarsi prudentemente sulla soglia, possano avere maggiore coraggio!”
(Gianfranco Rutigliano)

Devoti a Babele é un potente scavo, una prova a liberarsi di schiavitù. come un allenamento a liberarsi da qualcos’altro, la tua voce, speciale, solo tua, credo, per raccontare un brivido e una noia metafisica, il crollo e una speranza assieme attraverso il crollo.”
(Marino Magliani)

“preferivo il custode delle brughiere, ho avuto la sensazione che in questo tuo ultimo, per qualche motivo per te importante, tu abbia voluto strapparti le budella in pubblico in una sorta di divinazione autocoscienziale, (minchia questa mi è venuta di getto), e questo dalla prima all’ultima pagina, anzi alla nota di chiusura, ma non è con l’autosevizia che si intriga il pubblico, non ci sarebbe limite… per me fatta questa stazione di travaglio, dovresti seguire il bonetti, il suo scrutare così diretto, palpabile e dentro la situazione umana, ne possono fare il maigret (o il montalbano o il pepe carvalho o meglio lo studer di friedrich glauser) delle brughiere o della provincia della metropoli. ugh ho detto”.
(Gunny)

“E’ un libro diverso dai precedenti, il delirio di una vita, vittima delle dipendenze a cui difficilmente un’anima riesce a sfuggire. Le ultime pagine della terza parte sono senza dubbio quelle che ho amato di più: c’è tanto di quell’amore tra quelle parole che fa quasi male.
E’ tutta la fragilità dell’essere umano quella che scorre e si rincorre in questo libro.”
(Daniela Basilico)

Aggiungetevi pure nei commenti, che m’interessa molto.

Maggio 8, 2008

9/11: EVENTO PROFETICO O MANIPOLAZIONE di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 11:32 pm
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11 settembre

Per qualcuno è stata la scimitarra di Allah, per altri la mano lunga del Mossad o la diabolica ragnatela della CIA. Certo è difficile disgiungere l’eccidio dell’11 settembre dall’aura di evento tecnologicamente manipolato che gli deriva dall’essere il primo megashow in diretta a reti unificate.
La torre di Babele schiantata dal fulmine, come nell’Arcano dei Tarocchi, un immagine dal simbolismo ancestrale per la psiche collettiva, ma anche un bersaglio scelto per la sua caratteristica altamente televisiva (se si volevano ammazzare più americani possibili era meglio lo Yankee Stadium il giorno della finale).
L’effetto è stato palpabile, una brusca sterzata all’alba del terzo millennio, ma non si capisce ancora in che senso: fine della pacifica fiducia nella globalizzazione e nell’esportazione democratica della dottrina Truman, oppure demonizzazione definitiva dei suoi avversari, alibi per portare a termine l’americanizzazione del pianeta senza andare troppo per il sottile? Come si sa, ci sono almeno due scuole di pensiero in proposito, ma forse anche tre (la terza è quella di Bin Laden, ammesso che esista).
Di sicuro quel giorno abbiamo sperimentato qualcosa di inedito nella storia della comunicazione: l’orrore della storia che buca il video con la tattile irresistibilità dell’immagine pornografica, perchè il sogno inammissibile che ogni torre scatena è di spezzarne la presunzione. Indossando l’immagine vi abbiamo consentito con quell’avida curiosità di cui nessuno può dichiararsi innocente.
Complici e pubblico pagante, presto assufatti allo spettacolo della morte.
Era questo che si voleva, in cabina di regia?

INTERVALLO di Elio Copetti

Archiviato in: arti visive — vbinaghi @ 6:24 pm

intervallo di elio copetti

Altre opere di Elio Copetti, grafiche e fotografiche, qui

Maggio 7, 2008

UN PROFETA DEI MEDIA: MARSHALL MCLUHAN

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:45 pm

mcluhan

Profeta: colui che si sottrae al vissuto inclusivo di un ambiente comunicativo, per osservarne la dinamica di origine, espansione e declino. McLuhan: la filosofia negli ultimi cinquant’anni è uscita dalle aule universitarie (lì c’è solo gente che scrive libri con altri libri), e si è manifestata nei territori di confine, negli scarti tra una disciplina e l’altra, o come direbbe lui, negli intervalli di risonanza.

La divisione che la stampa ha provocato tra la testa e il cuore rappresenta il trauma che colpisce l’Europa dal tempo di Machiavelli ai giorni nostri.

Quiando l’industria meccanica separò la casa e il lavoro, anche le donne divennero spose meccaniche, disgiunte. Non-accoppiate, male-accoppiate, ri-accoppiate.

Il primo ambiente elettrico dell’informazione simultanea e diversificata crea un uomo acustico. Costui è circondato dal suono - da dietro, di fianco e di sopra. Il suo ambiente è fatto di informazioni in tutti i tipi di forme simultanee, ed egli indossa il suo ambiente elettrico come indossiamo i nostri abiti o come un pesce è fasciato dall’acqua.

Le tavole da surf di Heidegger hanno cavalcato l’onda elettronica in modo trionfale, così come Cartesio cavalcò l’onda meccanica.

Il processo subliminale di fiutare i cambiamenti ambientali è inerente all’ispirazione creativa dell’artista. L’artista è sempre stato colui che percepisce le alterazioni che un nuovo mezzo causa nell’uomo, e che riconosce che il futuro è il presente, e usa il suo lavoro per prepararne lo sfondo.

(Da: Marshall McLuhan - L’uomo e il suo messaggio - SugarCo)

PROFETISMO E OGGETTIVITA’ SCIENTIFICA di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 1:04 am
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diluvio

Togliendo al termine la sua origine biblica e mantenendo un carattere più genericamente antropologico, si potrebbe convenire sul fatto che il profetismo è una funzione presente in tutte le culture, ben al di là di un accertabile influsso di quella giudaico-cristiana. E’ vero che, quasi universalmente, la funzione profetica è monopolizzata da “specialisti” del sacro, come nelle molte versioni dello sciamanesimo nonchè del mondo classico, e in questi casi a vedere il male o il bene incombente sulla comunità e a chiederle “conversione del cuore” è l’uomo rapito dagli dei, che vede la comunità dal di sopra e dal di fuori, in un modo che il semplice membro non può comprendere perchè ne è immerso. Che il profetismo implichi parziali livelli di alienazione, o possa contemplare in certi casi l’utilizzo di sostanze allucinogene per facilitare l’estasi, è altrettanto frequente.
Ma, nell’Occidente moderno e secolarizzato, la funzione profetica è in larga misura affidata alla conoscenza scientifica. I suoi strumenti, che hanno sancito da lungo tempo il divorzio tra esperienza sensoriale e conoscenza del reale, garantiscono quell’estroversione, la conquista di quella trascendenza che a suo tempo si cercò nella mistica e che oggi si identifica nell’oggettività dell’episteme. E’ allo scienziato, ma soprattutto (purtroppo) al suo divulgatore quietamente darwinista o catastrofista e apocalittico, che si chiede la profezia del futuro.
L’Armageddon rappresentato in temperature, il Diluvio in centimetri annui.
A che punto del riscaldamento globale faremo bagni a Vimercate?

Maggio 4, 2008

L’UOMO DEI DOLCI E’ MORTO PER SEMPRE di Roberta Borsani

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 4:25 pm
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bancarella

l’uomo dei dolci è morto per sempre
l’hanno trovato
con il cuore spaccato e le mani
stracolme di visione

strano era un bambino
di sessant’anni affacciato al balcone
di una casetta di marzapane
ambulante nel mondo

oggi si dice la sua esistenza
mite come quella di certi fiori
che non sanno

si aprono e chiudono alle otto di sera
quando la luna spunta a malapena
tutta piena dell’ombra della terra

Maggio 3, 2008

VENIVA IN GIORNI D’EQUINOZIO di Roberta Borsani

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 8:40 pm
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albero malato

veniva in giorni d’equinozio
l’ombra del ciliegio malato
si fermava sul prato
era torva ma non cattiva
rimuginava un’offesa
senza vendetta

preferiva la sera

era come una morta
che torna da altrove
tenendo per mano i bambini
di altri magari mai nati
e chiama la cagna del latte

era l’ombra del ciliegio
consumato dalle larve
in tempi di zodiaco avverso
impersuasa a morire sostava
chiamando a sé l’innocenza.

Stringeva al cuore vederla
come una lepre cieca e persa
nell’azzurro che cala

IL CORPO DI UN ALTRO - DEL PERCHE’ SCRIVO PARABOLE

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:12 pm

terra

Dal blog di Loredana Lipperini che intervista la scrittrice Simona Vinci, tolgo questo passaggio:

“…il corpo è l’unica cosa che possediamo davvero, o meglio che ci illudiamo di possedere, è sul corpo, sul nostro corpo, che possiamo intervenire, modificandolo, plasmandolo…quando non possiamo più esercitare un controllo, o qualsiasi forma di potere, su nient’altro, abbiamo sempre il corpo (penso all’incidenza dell’anoressia tra le adolescenti, ad esempio) in realtà è un’illusione perché anche i nostri corpi non ci appartengono; quell’immagine idealizzata che cerchiamo disperatamente di raggiungere, quell’immagine che ci rimandi un’identità che finalmente ci somigli, in realtà è un’immagine che niente ha a che fare con noi, è un modello che ci viene venduto, esattamente come tutto il resto. E’ un’idea di qualcun altro.…”

McLuhan scrisse a suo tempo che quando l’uomo vide nel televisore il pianeta terra ripreso dagli astronauti sulla Luna, avvenne qualcosa di più di uno spettacolo a reti unificate. Si avverava il destino del media televisivo e di tutti i media, che oltrepassata una certa soglia di espansione, tendono a inglobare l’emittente. Allo stesso modo di Narciso, che ama la propria immagine riflessa come se fosse un altro, l’uomo dell’era televisiva (non importa quanta televisione ognuno di noi veda), sta perdendo gradualmente il corpo come soggetto di un sentire, per assimilarsi all’immagine di sè, ovvero al corpo come contenuto di uno sguardo.
L’investimento narcisistico sul corpo e la sua esibizione e manipolazione (ossessione per il look, palestra, chirurgia estetica, telepresenza nel reality come attestato di consistenza ontologica) non è mai stato così debordante, e l’uomo non è mai stato così profondamente alienato dalla propria carne.
La ragione strumentale, cioè la tecnica, che finora l’uomo ha usato per assimilare la natura a sè stesso, oggi tocca le condizioni stesse dell’esistenza incarnata. La percezione di questa alienazione fondamentale e della degenerazione antropologica e culturale che essa porta con sè, è al centro di tutti i miei romanzi, da Robinia Blues a Devoti a Babele, dove descrivo questo accadimento nel suo svolgersi, durante le ultime generazioni. Non sono certo il solo a farlo: credo che Walter Siti, nel suo penultimo romanzo Troppi paradisi, lo abbia fatto in modo probabilmente insuperabile. Tuttavia, poichè in ciò che ad alcuni appare solo una fatalità epocale io vedo il manifestarsi di Colui che Nega, in me è difficile separare il narratore dal teologo. Se v’interessa, questa prospettiva non era estranea allo stesso McLuhan il quale, in una celebre lettera degli ultimi anni disse non senza ironia che probabilmente Satana era un ingegnere elettronico.
La Nardini scrive sul “Corriere Nazionale” che Devoti a Babele è una parabola.
Diciamo che sono uno scrittore di parabole, ma non cammino sulle acque.
Sono immerso fino alla cintola, esattamente come voi.

DEVOTI A BABELE - recensione di Stefania Nardini

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:12 pm
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devoti a babele

ARVO, EROE SENZA VOLTO NELL’ITALIA CHE CAMBIA
(Pubblicata su “Il Corriere Nazionale”, 27 aprile 200 8)

Potete leggerla qui, su La poesia e lo Spirito

Maggio 2, 2008

DEL DOLORE RIFIUTATO di Romano Amerio

Archiviato in: Scritture, recensioni — vbinaghi @ 6:56 pm

dolore

(Da: Romano Amerio: Metaphysica Scripta, curata da Enrico Maria Radaelli).

Parliamo qui del dolore che un uomo subisce: materiale, morale o spirituale che sia. Questo dolore può essere accettato, e persino benedetto, ma può essere anche rifiutato.
Il dolore rifiutato non dà nessun frutto, né per chi lo rifiuta, né per chi non lo rifiuta. Non è come del dolore benedetto da chi lo riceve, che giova anche a coloro che non sanno che giova: un uomo prega per la guarigione di un malato e il malato trova vantaggio da queste orazioni, ma neanche sa che si è pregato per lui. Invece il dolore che è proprio rifiutato, rigettato in maniera rabbiosa, irata, è un dolore che non produce alcun effetto positivo per nessuno. È quindi la sola cosa al mondo che sia un puro male. Un male cioè che non ha nessun lato dal quale esso si possa prendere come bene. È un male che è solo male, e, per questo, è una condizione infernale. In fondo, è un problema profondo e difficile, perché si sarebbe trovata una cosa sulla terra che è puro male. Qui si pensa a quell’uomo che sta in una situazione di dolore non soltanto subìta indifferentemente, ma positivamente abominata, odiata, positivamente maledetta; si pensa a un uomo che positivamente addirittura bestemmia il proprio dolore. (…)
(continua…)

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